Referendum 2026: il No stravince, Meloni cade sulla Giustizia
Referendum 2026: il No stravince, il Governo barcolla e i magistrati dimenticano il decoro.
Mentre la domenica e il lunedì di passione elettorale si consumavano tra i soliti appelli disperati al voto e le foto di schede elettorali postate con orgoglio da chi crede ancora che un pollice alzato possa salvare la democrazia, ieri pomeriggio è arrivata la mazzata. Il No ha vinto. E non ha vinto di misura, con quel braccino corto che permette di dire “abbiamo comunque convinto metà Paese”. No, ha vinto con un netto 53,2%, portando a casa 17 regioni su 20 e lasciando al Governo Meloni il cerino acceso di una riforma costituzionale che gli italiani hanno rispedito al mittente con la stessa velocità con cui si rifiuta un contratto telefonico non richiesto.
La verità, quella che oggi nei corridoi di Palazzo Chigi viene sussurrata tra un caffè amaro e una riunione d’emergenza, è che questo referendum non riguardava solo la separazione delle carriere o il doppio CSM. Riguardava il consenso. Riguardava quell’idea di invulnerabilità che la premier ha coltivato per anni e che ieri si è schiantata contro un’affluenza record del 58,9%. Gli italiani, quelli che secondo la narrazione ufficiale dovevano essere stanchi, disinteressati e pronti a bersi qualunque slogan sulla “giustizia giusta”, si sono alzati dal divano per dire una cosa sola: “Sulla Costituzione non si scherza, e meno che mai se il progetto sa di regolamento di conti”.
L’estetica della sconfitta (e quella dei festeggiamenti)
Il ministro Nordio, con quella flemma da gentiluomo d’altri tempi che ormai somiglia più a un distacco patologico dalla realtà, ha dichiarato che “non è una sconfitta personale” e che “il popolo è sovrano”. Certo, il popolo è sovrano, ma quando il sovrano ti dà un calcio nel sedere così sonoro, forse due domande sulla tenuta del tuo progetto te le dovresti fare. La verità scomoda è che la riforma è stata percepita per quello che era: un tentativo maldestro di mettere la briglia alla magistratura, impacchettato con il fiocco della “modernizzazione”. Gli italiani hanno fiutato l’odore del “processo ai giudici” e hanno preferito tenersi i difetti della giustizia attuale piuttosto che affidarsi alla chirurgia estetica di una maggioranza che sembrava più interessata a regolare vecchi conti che a velocizzare i processi.
Dall’altra parte, però, lo spettacolo non è stato più edificante. Abbiamo assistito alle scene di giubilo dell’Associazione Nazionale Magistrati come se avessero vinto il Mondiale. I magistrati che brindano e intonano “Bella Ciao” nei tribunali di Milano e Napoli sono l’altra faccia della medaglia di questo Paese che non sa mai essere sobrio, nemmeno quando amministra la Legge. Vedere dei giudici che si comportano come ultras dopo un derby vinto non è esattamente l’immagine dell’indipendenza e della terzietà che dovrebbero difendere a spada tratta. È stata una guerra tra bande, e la banda del Governo ne è uscita con le ossa rotte, ma la banda delle toghe ne esce con un’arroganza che non promette nulla di buono.
Il fattore giovani: il No che ha spiazzato l’algoritmo
Il dato più interessante, quello che dovrebbe togliere il sonno ai consulenti d’immagine della destra e ai social media manager di Palazzo Chigi, è il voto dei giovani. Mentre si pensava che i ventenni fossero ormai persi tra un filtro di TikTok e l’apatia politica, i dati reali ci dicono che è stata proprio la fascia sotto i 35 anni a trainare il No. È il fallimento totale della comunicazione governativa verso le nuove generazioni, che evidentemente non si sono lasciate incantare dai proclami di “efficienza meritocratica” e hanno preferito la prudenza costituzionale. È il segno che il “metodo Meloni” — quello della comunicazione diretta e muscolare — ha trovato un muro insormontabile quando ha provato a toccare l’equilibrio dei poteri.
Il tramonto del “Riformismo a colpi di tweet”
Cosa resta dopo le macerie di ieri? Elly Schlein ed esultano parlando di “avviso di sfratto”, il che è la solita esagerazione da opposizione che non vede l’ora di toccare palla dopo aver passato mesi in panchina a guardare gli altri giocare. Giorgia Meloni non cadrà oggi, ma da stamattina il suo Governo è più fragile, più umano, meno “scolpito nella pietra”. Il Premierato e l’autonomia differenziata, gli altri grandi sogni della maggioranza, ora sembrano montagne molto più alte da scalare. Se non sei riuscita a convincere gli italiani sulla Giustizia, come pensi di convincerli a cambiare il modo in cui eleggono il Capo del Governo o come vengono distribuite le tasse tra Nord e Sud?
Domani mattina, alle 11:00, quando la polvere dei festeggiamenti si sarà posata e i magistrati saranno tornati (speriamo) a scrivere sentenze invece di cantare canzoni partigiane, resterà una Costituzione intatta e un Governo che dovrà decidere se continuare a giocare a Risiko con le istituzioni o se iniziare a occuparsi dei problemi reali di chi ieri è andato a votare No. Non lo hanno fatto per amore sviscerato verso i PM, ma per stanchezza verso le prove di forza che sanno di arroganza.
Questa è la scomoda verità: la giustizia in Italia ha mille problemi, è lenta, a volte ingiusta e spesso autoreferenziale, ma gli italiani hanno deciso che la cura di Nordio era peggiore del male. E quando il paziente rifiuta la medicina in modo così plateale, di solito è il medico che deve cambiare mestiere, o almeno cambiare diagnosi. Il resto è solo rumore di fondo, un coro di “Bella Ciao” in un’aula di tribunale e un Ministro che guarda fuori dalla finestra chiedendosi dove ha sbagliato i calcoli.

